Strano iniziare così: presentarsi ammettendo pubblicamente il proprio fallimento (finora soltanto parziale) a partire dalla definizione di me stesso. Cosa che molto logicamente implica il coinvolgimento dell'idea di memoria (per adesso soltanto personale) come elemento costitutivo (e costruttivo) dell'identità. Il nome che ho scelto per questo piccolo quaderno di appunti pubblico risulta quindi essere ormai inesatto: mi definisce in un'identità che purtroppo non mi sento più di affermare di avere. E contemporaneamente mi aiuta a fissare per me stesso (ma, di nuovo, pubblicamente) l'onesto obiettivo di tornare a potermi definire tale (insieme a molte altre cose) col mio lavoro e la mia vita. Nei prossimi mesi cercherò di annotare con il massimo della leggerezza e della sincerità le tappe del mio percorso per tornare ad essere quello che ero. Per tornare ad essere quello che sono. Mi serve. Ne ho bisogno. Potrà risultare noioso, insulso e autoreferenziale per moltissimi, ed è vero: come avrete notato trattengo per me la maggior parte dei dettagli (per voi comunque proprio ininfluenti) della mia esistenza. Abbiate la pazienza di ignorami se non dovessi risultare interessante, e quindi di risparmiarmi ingiurie e aggressioni giusto per il gusto di poterlo fare. Lo chiedo per favore. Tutto quello veramente non mi serve. Di tutto quello davvero non ho bisogno. Per tutti gli altri aggiungo che oggi mi sento di essere felice e legittimato nel godere di questa mia piccola vita per merito di un'unica persona, che tra l'altro ho avuto modo di rivedere (per puro caso e con purissima gioia) anche poche ore fa. Un'unica persona. Sì, ho un fratello lontano e una vecchia madre, oltre ad una decina di buoni amici e un piccolo esercito tra colleghi, conoscenti e sodali a vario titolo. Ma c'è un'unica persona che mi tiene sempre con sé. Un'unica persona che io tengo sempre con me. E ogni parola che scrivo è scritta per lei. Ogni singola parola.